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Da
Ospedaletto di Gemona (UD) arriva una fra le più stimate e, al tempo stesso,
sottovalutate rock band friulane: i Bakan. La loro storia comincia
nel lontano 1994 e, già l'anno successivo, si fanno notare vincendo il
Premi Friul. Lavorano però molto lentamente e si fanno aspettare alla
prima prova discografica per ben sette anni! Il primo cd, "Aradio",
riscuote critiche molto favorevoli e presenta una formazione solida ed
affiatata che riesce a produrre "rock friulano" in maniera
sicuramente più credibile di molti altri colleghi "gonfiati"
da organi di stampa poco obbiettivi. La lingua è il friulano, certo, ma
il linguaggio è moderno, non retorico, e poi la musica, assolutamente
libera da schemi preconfezionati, risulta elettrica e tradizionale allo
stesso tempo. Accorciando di poco i precedenti tempi di lavorazione
("solo" 5 anni!!), ecco arrivare "A eletric", il
nuovo album, registrato e mixato da Stefano Amerio presso lo studio
Artesuono di Cavalicco (UD) e distribuito con licenza Creative Commons. |
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I
Tystnaden stanno già lavorando al seguito di questo riuscitissimo
"Sham of Perfection" e si stanno sicuramente ponendo il
problema di come bissare il successo di pubblico e critica raggiunti fin
qui. |
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Giovedì
31 maggio, a Frisanco, in una serata umida e calda, mi appresto a
seguire un concerto di notevole interesse: il trio di Tolo Marton al Bus
del Colvera. Le prime note si diffondono quasi ad esplorare il locale e
già appare evidente quanto sia sopraffina la tecnica che caratterizza
il chitarrista trevigiano, che nel 1998 vinse il Jimi Hendrix Electric
Guitar Festival di Seattle ricevendo una stratocaster prototipo firmata
da Al Hendrix, padre di Jimi. Il
concerto prosegue e Tolo dipinge sempre più chiaramente le sue canzoni
sul manico della chitarra, gioca con gli armonici, col selettore, con
una sorta di fingerpicking, usa la velocità in modo simpatico ed
intelligente, alterna momenti potenti e intensi a silenzi e pause, certo
non meno intense. La band (Alex Marinoni al basso e Andrea De Marchi
alla batteria) lo segue in ogni suo percorso. Magnifiche le cover di
Rory Gallagher e, naturalmente, di Hendrix. Poi l’energica Moon Tears,
dove anche Alex, il bassista, si avvicina al microfono, e poi Spleepless,
Laundromat… Qualcuno, fra il pubblico, definisce l’atmosfera che si
va via via creando come “un’estasi ambientale”, una fusione
tra gli anfratti della Val Colvera e l’artista. Tolo si fonde con il
pubblico e porta l’anima dei presenti su dimensioni quasi
ultraterrene, da brivido. Segue un cambio chitarra e durante
l’accordatura si sentono già i vagiti dell’altra stratocaster
bianca, che non mancherà di far venire la pelle d’oca agli
ascoltatori. Ottima anche la voce di Tolo che completa l’eccellente
esibizione applaudita festosamente. Alla fine, con tanto di dedica,
posso godermi una vera perla: Alpine Valley. La sua timidezza nel
parlare al pubblico, durante tutto il concerto, contrasta piacevolmente
con l'espansivo "dialogo" creato dalla sua chitarra...dialogo,
non monologo, perchè la musica di Tolo è carica di sentimento e per
questo rende partecipe chiunque sia disposto a lasciarsi andare,
chiudendo gli occhi ed aprendo il proprio cuore. |
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Strano
il nome della band, strano il titolo del cd, strani i testi dei brani,
meno strano il succo musicale spremuto dal questo trio gemonese che si
dedica con passione ad una sorta di revival di quel polpettone di stili
che tra la fine degli anni sessanta e l'inizio dei settanta si usava
chiamare jazz-rock, intendendo poi una accozzaglia di suoni provenienti
dal blues, dal jazz appunto, dal folk ecc.. In quel periodo l'idea
di sperimentazione si confondeva spesso con la pratica di "buttare
là" qualunque cosa in nome dell'arte. Erano altri tempi e da
quelle "sperimentazioni" sono uscite nuove idee che poi si
sono focalizzate in progetti più concreti. Il problema, naturalmente,
è che siamo nel 2007, ma ascoltando Pinguino Atomico ci sembra di fare
un viaggio nel passato, indietro di una trentina d'anni. Cose già
sentite insomma. Bravi senz'altro. Sinceri probabilmente. Ingenui forse.
Gli (i ?) ZAIBUGLISH si concentrano però in brani troppo lunghi, in
assoli che si perdono in mille vicoli ciechi, negli stereotipi di certo
rock blues, nel tentativo, non sempre riuscito, di dare un senso a brani
strumentali poco interessanti con frasi assurde cantate in maniera
piatta e ripetitiva. Spunti ce ne sono ma forse sarebbe il caso di
lavorare pesantemente di forbici e concentrarsi un po' sulla
composizione che qui appare praticamente assente.... diversamente saremo
costretti a considerare gli ZAIBUGLISH una sorta di tributo a
dimenticate band californiane di fine anni sessanta ......una cover band
insomma, che però non dichiara i titoli delle cover che esegue! |
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In
attività da un ventennio, "The Sextress" sono un pianeta a parte nel
panorama musicale friulano. Fedeli cultori del garage rock, sacerdoti del
mito dei Fuzztones (con i quali sono riusciti a stabilire un proficuo
rapporto di collaborazione), i cinque
"stressati" codroipesi, nel cd IN APOLOGIZE, mettono passione
ed energia nel tentativo di trasferire su disco la loro riconosciuta carica
live. Bastano questi sette brani per far capire che The
Sextress non sono una band di primo pelo e che hanno bene in testa le
coordinate della loro rotta musicale. Garage rock certo, ma anche rhythm
& blues, surf e psichedelia abilmente filtrati attraverso uno stile
piuttosto marcato e personale. Apre il disco una elettrizzante STRANGE
KIND OF GIRL, che non è difficile immaginare come un brano da ballo
scatenato sotto il palco. Bella e di facile presa THE DREAM, di nuovo
gran tiro con APOLOGIZE e poi via via ANYTHING ELSE, LIFE AND LOVE,
ENERGY e la delirante THE GREAT GAME. Particolare la voce di Andrea
Frappa, spesso su tonalità piuttosto basse e sempre "immersa"
nella trama musicale; efficace la sezione ritmica tenuta in piedi da
Gabriele DeClara al basso e Francesco Tonial alla batteria; perennemente
distorte e acide le chitarre di Max Prautise, uno che non si perde
dietro ad inutili assoli ma bada al tiro dei pezzi; fondamentale e
insostituibile il suono dell'organo Hammond manovrato con grande perizia
da Jeremy Seravalle. Registrato da Giulio Gallo e masterizzato da
Artesuono, il CD si presenta, con una grafica sobria ed elegante, come
un ottimo biglietto da visita per una band ormai consolidata che vive la
propria dimensione ideale nei concerti dal vivo. |
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Secondo
demo per la band di Spino, ex-chitarrista dei Vertigine, dedita ad un
brit-rock ricco di echi beat e punk. I riferimenti della band rimangono
gli Oasis e i Green Day ma, rispetto al primo demo, qui c'è più
psichedelia e i richiami a band degli anni '60, come Kinks e Who,
sembrano più marcati. La voce ripete incessantemente i testi come
fossero dei mantra creando un effetto ipnotico quasi sempre
interessante. Le chitarre sono prevalentemente ritmiche, prive di
fronzoli, con poche concessioni a parti soliste. La batteria nevrotica
di Ernacjule smonta e rimonta i brani in maniera talvolta spiazzante
mentre il basso robusto ed essenziale di Den ha il compito di tenere
legato il tutto. "Again" è un piccolo classico molto
apprezzato nelle esibizioni live, "Answers" sembra uscito da
una compilation garage di fine anni '60, "Summer" è
sicuramente il brano pù moderno del disco con il suo intro ad effetto e
una melodia malinconica, marchio di fabbrica delle composizioni di Paolo
"Spino" Cobelli. |
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A
Udine non è sempre facile ascoltare musica "alternativa" e il
circolo No Fun (insieme al Pabitele) si propone di riempire questo
"vuoto". La nuova gestione è partita da
pochissimo e le premesse per riuscire in questa specie di
"miracolo" non mancano proprio. Il concerto dei Vicentini
SCHIELE è un appuntamento atteso da molti. La serata si apre con le
AMAVO (simpatiche e "sbilenche" quanto basta), un duo
femminile che, con una proposta musicale che loro stesse definiscono
"snervante, altalenante, inciampante e imprecisata", creano
non poche perplessità fra il pubblico. Quando sul palco si
presentano gli SCHIELE si capisce che le cose stanno per prendere una
piega molto diversa. La formazione è la più classica di tutte: basso,
chitarra e batteria. Dopo un po' di assestamento partono con suoni
rarefatti per poi esplodere in devastanti momenti a metà strada fra il
metal e il noise. Il batterista è impressionante. La sua ritmica
possente si sposa perfettamente con ottime doti da cantante. La chitarra
disegna linee oblique su una base di basso solida e determinante. Molti
momenti strumentali che rasentano il progressive, senza però
discostarsi mai troppo dalle sonorità grunge che sembrano essere loro
più congeniali. Alcuni pezzi veramente molto belli, suonati con
precisione estrema, altri più difficili da assorbire al primo ascolto
in cui si intuisce comunque un grande lavoro di gruppo in fase di
realizzazione ed arrangiamento. La band è di quelle da mettere su un
grande palco ma rende benissimo persino in questo piccolo locale ed i
commenti sono tutti molto positivi. Ottimo anche il disco "This
Heart does not Hurt" che si può scaricare in mp3 dal sito del
gruppo. |
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Nel romanzo di Rocco Burtone "Canzone del disordine"
ci sono moltissime cose: Udine, il Friuli, gli anni '70, l'impegno politico, i centri sociali, la musica, l'amore
, i
discorsi seri e le cazzate, la follia ..... c'è questo e molto di più . Rocco si
conferma un provocatore dotato di una spiccata vena poetica e le sue
descrizioni sono, a volte, crude, ma più spesso sognanti. I dialoghi ed
i personaggi molto veri anche quando sono completamente inventati. Tutto
è pervaso da una sottile ironia malinconica. |
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I
RANCIDOS sono un'entità a metà strada fra la leggenda e lo sberleffo,
fra il punk rock più sincero e la autoironia più imbarazzante. Kermit
(ex-Mercenary God. Cleverness ecc..), dopo la sbornia new-wave degli
anni '80, si è inventato questa band un po' per divertimento e un po'
per dare sfogo a certe idee musicali che non avrebbero potuto trovare
posto nella sua più matura produzione post-punk. Le irriverenti
creazioni sonore dei Rancidos non hanno risentito del passare degli
anni, non girano più su audiocassette ma su cd, mantenendo però lo
stesso spirito incazzato e divertito. Grafica in perfetto stile fanzine,
piena di avvertimenti e frasi ad effetto, false recensioni, foto
eleborate al computer e disegni dello stesso Kermit. I pezzi, quasi
tutti piccole perle, molto curati nell'esecuzione, negli arrangiamenti e
nelle registrazioni, si dividono fra brani originali, (pieni di irriverenza e
schitarrate), e cover, (vere e proprie parodie o sinceri tributi ai miti del
punk). |
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Vincitori
dell'ultima edizione di Spilimbergo Musica, (ma spesso ben piazzati
anche in altri concorsi), gli Alba Caduca sono una presenza ormai
consolidata nell'ambiente musicale regionale. Ben inseriti in uno stile
piuttosto marcato, che loro stessi definiscono "elettrorock",
i cinque componenti della band si spartiscono ruoli precisi con l'unico
scopo di ottenere l'impatto sonoro rischiesto da ogni singolo brano.
Massimo Cisilino e Francesco Breda, rispettivamente basso e batteria, si
occupano del tessuto ritmico, con chiari richiami agli anni '80. Massimo
Dubini è voce (vibrante e leggermente barocca) e presenza scenica (tesa
ed aggressiva). Autentica eminenza grigia del progetto Alba Caduca è lo
"scenziato pazzo" Lorenzo Bianchi Quota, già bassista di
rilievo in numerose formazioni rock e blues, qui seminascosto dietro un
muro di macchinari elettronici. L'anima rock è senza dubbio Elena
"Ena" Feragotto che, con le sue schitarrate dal sapore new
wave, porta in alto il sound di una band che altrimenti
rischierebbe di risultare un po' fredda. "Alieno io", "Il
punto di non ritorno", "Narcolesi", "Faccia a
faccia" e "Kohmori attack!" sono i 5 brani del demo
registrato qualche mese fa in sala prove. Non è perfetto ma rende bene
l'idea. In qualche modo si capisce che gli Alba Caduca sono già andati
oltre queste esecuzioni casalinghe e sono pronti per realizzare un
prodotto musicale di ottimo livello. Probabilmente non ci sarà da
aspettare molto! |
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Ok la voce stonacchiata,
ok la pronuncia inglese tipo Alberto Sordi, ok le citazioni
raccapriccianti ("mare profumo di mare"!!), ok la copertina
tamarrissima, ok il polpettone Kinks/Cugini di Campagna/New Wave '80....
però.......... |
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Tanto per cominciare,
all'ingresso c'è la fila e questo è gia abbastanza indicativo di
quanto, quello di Fossati, sia un nome di richiamo nonostante la sua
latitanza dallo show business. Il pubblico è molto vario ma
decisamente "adulto" e non potrebbe essere diversamente, viste
le scelte musicali, ma anche i contenuti, che hanno caratterizzato la
produzione dell'artista in questione. In un Deposito Giordani bello
pieno, lo show parte subito in quarta con Ventilazione, un brano vecchio
che sembra nuovo. Fossati si presenta imbracciando una chitarra
semiacustica che non abbandonerà per quasi tutta la sera. Ed è un
concerto pieno di chitarre, ma anche di strane incursioni elettroniche,
tipo rave party, di parole calibrate e profonde, di lunghe parti
strumentali, di canzoni semplici e di citazioni dotte, di momenti
intensi e leggeri. Fossati conquista
il pubblico con la sua originalissima voce e con i suoi modi eleganti.
Presenta alcuni brani dall'ultimo cd "L'arcangelo" e trova il
modo di ricordare Mia Martini, senza cadere nella retorica, cantando
"l'amore vola ed io mi sento giù", cita Luigi Tenco
proponendo una bella cover, riesce anche a fare battute di sapore
"politico" senza farlo notare più di tanto. Il gruppo è di
altissimo livello e la qualità del suono quasi sorprendente.
Prevedibile l'esclusione dalla scaletta di "La mia banda suona il
rock" che, pur restando il maggior successo commerciale di Fossati,
rappresenta effettivamente un'anomalia nella sua produzione
discografica. Avrebbe potuto sorprenderci con una versione alternativa
ma scegli invece la strada più radicale scartando pure "Una notte
in Italia"! Preferisce "La musica che gira intorno",
"La pianta del tè", "La bottega di filosofia",
"Cara democrazia" ecc... Il pubblico apprezza, richiede
ed ottiene corposi bis e se ne va più che soddisfatto. Caso a parte
della discografia italiana, artefice di successi immensi per la Bertè e
Mia Martini, Ivano Fossati rimane un artista originale e, soprattutto,
un vero "signore". |
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Quattro triestini malati
di hard rock anni '70, ma non solo. The Ratatans sono discendenti
diretti di quel rock metropolitano che nei primissi '80 si mescolava al
punk rock, più per questioni anagrafiche che musicali, e che in Italia
era rappresentato da band come Kaos Rock, Windopen e Skiantos. Il gusto
per i testi demenziali (che però dicono cose per niente sciocche), il
suono "pesante" dell'organo Hammond, gli assoli psichedelici,
i richiami ai mitici Deep Purple, la voce "sporca" e la stessa
immagine di copertina, sono tutti ingredienti ben dosati nel
"minestrone" rock dei Ratatans. Il demo ha un suono molto live
e non potrebbe essere diversamente. Enrico, Erik, Liviano e Stefano
danno la chiara sensazione di esprimersi al meglio su un palco, di
fronte ad un pubblico da strapazzare a suon di rock'n'roll. In attesa di
un lavoro più completo ci si può consolare con i brani in mp3
scaricabili gratuitamente dal loro sito. |
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Le luci si abbassano e i La Crus salgono sul palco. La formazione vede Mauro
"gio" Giovanardi alla voce, Luca Saporiti al basso, Cesare Malfatti alle chitarre classiche/acustiche e alle macchine, Paolo Milanesi alla tromba e alle macchine e la new entry Laziero Rescigno alla batteria. |
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In teoria, una serata
dedicata al "com'eravamo", ai "bei tempi andati" del
punk rock e alla nostalgia per quella manciata di anni, alla fine dei
'70, in cui andò in scena l'ultima grande rivoluzione del rock. In
realtà, niente (o poco) di tutto questo! Deposito Giordani non
affollatissimo quando Xox sale sul palco e attacca il suo repertorio di
allucinazioni elettriche. Nessun accenno al Great Complotto, nessuna
concessione al passato, solo canzoni nuove in un'altalena di atmosfere
tese e spesso devastanti. La band ha un ottimo tiro e si mette al
servizio delle intuizioni poetiche del proprio leader, timido e
scostante nelle presentazioni, carico di energia nell'esecuzione dei
brani. Di fronte ad un pubblico che nel frattempo si è fatto più
numeroso, si esibiscono The Mess, in formazione "quasi"
originale (alla batteria un'altra vecchia gloria naoniana: Plastic).
Dopo uno stop durato circa un ventennio, sono tornati alla ribalta con
uno show spaccato nettamente in due, da una parte i pezzi storici del
periodo punk/new wave (in cui il debito verso i Devo era più evidente),
dall'altra i nuovi brani, decisamente meno classificabili in un genere
definito. |
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Cinque pezzi perfetti per
presentare Anthony e i suoi Crossfire, giovanissimi ma già molto
apprezzati esponenti della scena rock blues friulana. I tre
"ragazzini" danno lezioni di buon gusto (e ottima tecnica)
affidandosi a due cover di sicuro effetto, estratte dai repertori di
Steve Ray Vaughan (Texas Flood) e dei Creedence (Long As I Can See The
Light), ma soprattutto sfoderando tre brani (Born To Ride; You Won't Be
Alone; Hell Up From The Country),
composti ed arrangiati da loro stessi, che hanno poco da invidiare
ai modelli ai quali chiaramente si rifanno. Tutto il demo è
caratterizato da suoni molto americani e atmosfere che richiamano alla
mente i grandi nomi del chitarrismo d'oltre oceano. I Crossfire sono in
qualche modo figli dei W.I.N.D., (i loro più illustri
corregionali), e sognano di seguirne il percorso di successi ed
esperienze. La dimensione più adatta per apprezzare le doti musicali
della giovane band resta ovviamente l'esibizione live perchè e lì che
Anthony e compagni possono dimostrare la sincerità e la passione con
cui affrontano un genere musicale che appare così lontano dalla
generazione a cui appartengono. |
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Il concerto dei
Quintorigo al Deposito Giordani di Pordenone non ha risentito
dell'influsso negativo che scaramantici e superstiziosi avrebbero
assegnato alla data poco propizia (venerdì 17). I Quintorigo non si
smentiscono. Convince la formazione, rinnovata dall'ingresso alla voce
di Luisa Cottifogli, cantante formatasi in ambito accademico, che si
dedica al contempo a variegati generi, dal jazz all'etnico. Luisa non fa
rimpiangere il comunque sempre apprezzato John De Leo. Anzi, la
cantante, molto applaudita dal pubblico, mostra duttilità e
originalità, spaziando sulle più diverse timbriche e inserendosi così
perfettamente nello stile della band. Da anni infatti il gruppo porta
avanti un progetto originale di rilettura in chiave
rock-funk-blues-reggae di strumenti relegati dall'immaginario collettivo
ad ambienti più circoscritti, serrati e accademici, affidando così
agli strumenti acustici il compito di "suonare elettrico". I
musicisti artefici di questa trasposizione sono Andrea Costa (violino),
Gionata Costa (violoncello), Stefano Ricci (contrabbasso) e Valentino
Bianchi (sax). Sin dal primo album ("Rospo" 1999) si scorge
l'attitudine autentica e ingegnosa del gruppo, confermata dai successivi
cd, fino all'ultimo "Il cannone", uscito lo scorso 13
febbraio. Anche in questo caso i Quintorigo si dimostrano all'altezza
delle aspettative. La dimensione live è comunque quella che rende loro
più giustizia. E così il concerto di venerdì vede l'esecuzione di
"Zapping", "Nero vivo", "Kristo sì!" e
"Rospo" dal primo album, per passare a "Grigio", che
dà il nome al secondo album di cui il gruppo suona anche "La nonna
di Frederick lo portava al mare", continuando con
"Neon-sun" dal terzo cd "In cattività";
"Frankenstein", "L'attesa", "440 Hz",
"Il cannone", "Nel clone del padre" e
"Alligator man" appartengono invece all'ultimo album. I
musicisti si concedono inoltre personali rivisitazioni di classici come
"Invisible-sun" (Sting), "Redemption song" (Marley),
"Goodbye pork pie hat" (Mingus) e "Luglio agosto
settembre (nero)" (Area). Il prossimo appuntamento live in regione
è fissato per il 7 aprile al Teatro Miela di Trieste. Da non perdere! |
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Il concerto dei TRA PALCO
E REALTA' è una autentica celebrazione di quello che è il loro idolo: Luciano
Ligabue.
Descritta così potrebbe sembrare la solita tribute band, una fra le
tante che "infestano" la nostra regione con esibizioni più o
meno prevedibili e talvolta imbarazzanti. Quello che li differenzia (ma
ovviamente non sono l'unico caso) è il calore e la passione con
cui mettono in scena il loro spettacolo. Mirko ha praticamente lo stesso
timbro di voce del Liga e, i fans mi perdoneranno, è perfino più intonato
dell'originale. I brani vengono proposti in versione più scarna, vista
la strumentazione limitata a basso-chitarra-batteria, ma efficace, con
un'impronta decisamente rock. Basso grintoso, batteria precisa (forse un
po' "frenata" dal click in cuffia), chitarra efficace (ma una
Les Paul sarebbe più indicata), voce e look fedele all'originale (però
manca un po' la chitarra, se non altro come effetto scenico).
Divertimento, molto sudore, autoironia, buona musica e "sogni di
rock'n'roll" sono gli elementi dello spettacolo messo in piedi da
questi quattro Liga-dipendenti, in perfetta complicità con un pubblico
che ha bisogno di cantare in coro canzoni di cui conosce ogni parola.
Centrano in pieno il loro obbiettivo .... direi che non è poco. |
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Non ce la racconta giusta
questo Jimmy Joe!!! E si perchè, che un triestino doc (ma udinese
sarebbe stato lo stesso!) come Gianluigi Destradi, suoni la chitarra (e
canti) in questo modo, senza poter contare su almeno un paio di
cromosomi neri, non è assolutamente credibile... |
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Non si può certo dire
che i festival rock siano una tradizione della nostra regione, per cui
ha fatto subito notizia l'annuncio, da parte dell'agenzia Azalea
Promotion (con Indipendente e New Age Club), di questo (inaspettato)
Lignano Rock Festival. E' bastato scorrere velocemente i nomi del cast
per rendersi conto immediatamente della dimensione dell'evento:
Aterhours, Linea 77, Negramaro, Subsonica ..... |
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RICHIAMO |
Anche questa è una di
quelle recensioni il cui senso è tutto da dimostrare! |
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ANDREA
SAMBUCCO |
Con colpevole ritardo
arriva la recensione del cd LA STAGIONE DEL BELTEMPO di Andrea
Sambucco..... Che dire? Meglio tardi che mai! |
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